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Esercizi di memoria


13 giugno 2006

Avellino: uno spareggio con intercettazione...

 

Ho appreso ieri (e quasi per caso) che l’Avellino ha perso lo spareggio per restare in serie B.
Lo confesso, non seguo molto il calcio e obiettivamente nemmeno lui fa molto per farsi seguire.
Però questo spareggio e il non piacevole momento che il calcio vive mi hanno riportato con la memoria ad un play-off (come si direbbe oggi) col Catania e altre storie di brogli. Nulla cambia, tutto si ripete; quella volta si trattava della promozione dalla C alla B, campionato 1948/49.
Allora si giocava al campo di Piazza d’Armi, una spianata polverosa e dura, con ciuffi d’erba giallastra ai quattro angoli, gli spogliatoi sovrastati dal vecchio carcere borbonico, e durante le partite accadeva di sentire il rumore dei colpi che i secondini vibravano alle inferriate per controllare che nessuno le avesse segate, complice l’urlo dei tifosi.
Nelle domeniche di pioggia - e quindi quasi tutte quelle da ottobre ad aprile, la norma per la meteorologia locale – rivoli improvvisi e dai percorsi imprevedibili lo attraversavano in tutti i sensi e il pallone diventava un ammasso di piombo capace delle evoluzioni più stravaganti.
A noi ragazzini ci facevano entrare gratis a un quarto d’ora dalla fine; qualche volta anche prima, quando i lupi erano in difficoltà e occorreva rinforzare l’incoraggiamento.
Fu un bel campionato, dopo tanti insignificanti, con una squadra che all’improvviso sapeva ritrovarsi e fare bel gioco e punti. E così la gente cominciò ad appassionarsi; nacquero i primi club, anche se non si chiamavano così: magari uno striscione con “Forza lupi – La ferrovia” sotto il quale si raccoglievano i sostenitori che venivano col filobus dalla zona della stazione.
Giudici, Carton, Lamberti… la difesa di ferro; e poi Morgia, bell’attaccante, Fabbri, l’aletta ficcante e dribblomane che spesso finiva seduto stroncato dai troppi giri su se stesso, ma se entrava in area era fatta.
C’era perfino uno straniero (cecoslovacco, se ricordo bene): Kovac. Capello biondo e pelle slavata, così come ci si poteva aspettare, esile e un po’ matto. Nelle partite ufficiali giocava poco (allora non c’erano i cambi), ma in allenamento era uno spettacolo: amava prodursi a piedi nudi e tirava di quelle “catose” che ai portieri scottavano le mani. Appena però infilava le scarpette, diventava un secchio di colla e vagava smarrito sulla destra del campo.
Però alla fine il Catania fu avanti di un punto, ma a causa di una irregolarità quel punto gli venne tolto e così si andò allo spareggio.
Occasione storica: la partita si sarebbe giocata all’Arena di Milano; la “Casa della radio” e il bar “Excelsior” avevano messo fuori dei grossi altoparlanti sotto i quali una folla ascoltava tesa e partecipe la radiocronaca di Nicolò Carosio, mentre i camerieri dribblavano agili servendo caffè freddi, spumoni e fernet per i più impegnati nella digestione domenicale. Il gol di Fabbri (sì, era riuscito a entrare in area) mise fine a una tensione insopportabile che si sentiva fisicamente, sommandosi all’incombere del temporale pomeridiano in agguato dietro i monti, che poi benevolo non venne.
Il tripudio fu incontenibile, la gente si riversò in strada e ai balconi vennero esposte le coperte migliori, come se fosse il corpusdomini; un lupo imbalsamato comparve all’improvviso portato bene in alto da dei signori vestiti di tutto punto; la zeza di Mercogliano si esibì per tutto il corso come se si fosse alla vigilia della quaresima.
Insomma una gran festa, durata un bel po’ di giorni, con le foto dei campioni nelle vetrine e grandi progetti per le nuove tribune (seminare, no).
Ma il destino era in agguato: a Catania non l’avevano presa bene e, decisi a riprendersi quello che consideravano scippato, scovarono un certo Staffieri, giocatore dell’Avellino, che si dichiarò pronto a testimoniare su delle irregolarità commesse a danno dello Juve Stabia.
Bene, allora non esistevano i cellulari e non tutti i calciatori (almeno quelli di C) avevano il telefono, e quindi l’unica intercettazione possibile era quella in diretta.
Leggiamola dal racconto di un altro blogger.
“Il problema era reperire le prove e a questo ci pensò il Catania. Staffieri fu invitato a Catania e condotto nella caffè Lorenti. Nicolosi (allenatore del Catania) e Lorenti raccolsero la deposizione di Staffieri, mentre dietro una tenda ascoltavano la deposizione il Maresciallo Maccarrone dei Carabinieri e il Commissario di Polizia Musumeci. Partì l' inchiesta e dopo vari giudizi si arrivò a quello della Commissione d’ Appello Federale che sentenziò il Catania in serie B, retrocedendo gli irpini.”
Dopo, fu polvere e fango, e gironi infernali in quarta serie, e solo verso la metà degli anni sessanta si potrà ricominciare ad alzare la testa, fino ai giorni felici della serie A.
E adesso ricomincia l’altalena…
Manc'à li cani...




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6 marzo 2006

Allow me... A noi!

“Consentitemi di concludere il mio intervento condividendo con voi una breve storia.
La storia di un ragazzo che alla fine dei suoi studi liceali fu portato dal padre a visitare il cimitero in cui riposano molti giovani valorosi soldati, giovani che avevano attraversato l’Oceano per ridare dignità e libertà ad un popolo oppresso. Nel mostrargli quelle croci, quel padre fece giurare a quel ragazzo che non avrebbe mai dimenticato il supremo sacrificio con cui quei soldati americani avevano difeso la sua libertà. Gli fece giurare che avrebbe serbato per il loro Paese eterna gratitudine.
Quel padre era mio padre, quel ragazzo ero io.
Quel sacrificio e quel giuramento non li ho mai dimenticati e non li dimenticherò mai
".
Ancora una volta arrivo in ritardo su una notizia che però non si può ignorare.
Questo giro la colpa è del pc, che mi ha mollato per un po’ di giorni.
Sicché il Berlusconi è andato negli USA a farsi un po’ di marchette elettorali e perfino di fronte al congresso non è riuscito a rinunciare al tic che è ormai un marchio, quel “mi consenta” tradotto a beneficio yankee con un disinvolto “allow me”, come se fosse al bagaglino.
Sul sito del governo è sparito, segno che la pietà patria alberga perfino tra i webmaster di palazzo Chigi.
Ma quella frase suona fasulla, come tutto quello che lui dice, sa di farloccata vanesia scritta dai guardaspalle, in un ridicolo tentativo di masturbare l’orgoglio americano con una gag alla forrest gump.
Sarà anche vero, questo tour infantil cimiteriale, ma non mi riesce di vederlo in giro per lapidi col papà, in un posto dove non c’è da vendere né da costruire, visto che i clienti possibili son tutti un po’ assopiti.
E però, messa via la recita, ha ragione: gli americani vennero a ridarci la libertà.
Magari ci andarono un po’ pesanti, ma la verità è questa.
Io quei momenti li ricordo, la mia memoria parte da lì.
Per due giorni, nel caldo settembre del 1943, la mia città fu bombardata in continuazione. Ogni volta che ci penso sento ancora il respiro soffocato dalla polvere, tra i denti il sapore del sangue mischiato ai detriti di tufo, il rumore assordante che rese sorda mia madre, le urla e i richiami della gente. E la dolente ricerca di un figlio, una sorella, un amico tra le macerie.
Furono colpiti l’ospedale, la scuola industriale, il mercato che alle nove di mattina era pieno di gente. I morti furono migliaia; solo nella mia famiglia cinque, comprese due bambine.
Restarono intatti la caserma e i due ponti che collegavano Avellino a Salerno e Benevento. E di lì passò una parte delle truppe di Kesserling in ritirata verso Cassino.
Dopo i ricordi si addolciscono un po’: cioccolata, chiclets, burro salato, si torna a sorridere e a giocare per strada.
Ma si può dire la verità e non essere sinceri.
Infatti il presidente, avviato in calzoni corti a frequentazioni che nemmeno Ugo Foscolo, poi non spiega, dopo aver fatto – allow me – l’apologia degli americani liberatori dal fascismo, come mai dei fascisti chiede i voti e se vince se li porta perfino al governo.
L’unica differenza con sessant’anni fa è che stavolta non c’è nessun generale Alexander che viene a salvarci, perché sta bene così anche a loro.
E meno male, ché le bombe stupide erano e stupide son rimaste.




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27 gennaio 2006

Giornata della memoria. Ma per ricordare bisogna sapere.

"Il campo di internamento di Solofra fu ospitato nel fabbricato sito in Via della Misericordia n. 2, e fu attivo dal ’40 (il primo documento pervenutoci porta la data del 5 luglio 1940), al 1943, allorquando, dopo l’arrivo degli Alleati, il campo perse ogni valore giuridico, ma continuò ad operare.
La sua capienza era di 50 posti letto, ma in realtà in esso furono ospitate in media 25 internate fisse, più internate di passaggio provenienti o destinate ad altri campi del Sud: Troia, Campagna, Ferramonti di Tarsia, Pisticci, Ustica, Lipari.
Da un documento del 4 febbraio 1943, risulta che in esso erano ospitate 26 prigioniere...".
Donne francesi, inglesi, russe, italiane, turche, olandesi, ex jugoslave, polacche, rumene... ebree, zingare, alcune sospette di "attività antinazionale"...
Questo in Irpinia, la terra dove sono nato; altri campi di internamento erano ad Ariano, Monteforte e Montefusco.
In tutta Italia erano un centinaio, distribuiti in tutte le regioni.
E non ne sapevamo niente, e chi sapeva (qualcuno doveva pur esserci) ha in fretta rimosso. Certo, strutture ben diverse dai campi del terrore, ma pur sempre luoghi in cui la libertà e la dignità delle persone venivano annientate.
Niente ci venne detto a scuola, niente in parrocchia; niente nei tanti venticinqueaprile, duegiugno, primomaggio; niente dalle istituzioni. E penso che così sia stato dappertutto, evitando che si formasse quella memoria che oggi ha bisogno di un giorno ad essa dedicato.
Ancora oggi queste notizie bisogna cercarle con pazienza e continua l'opera incolta e barbara di chi tende a minimizzare in nome del sempre buono "italiani brava gente". Non sono passati molti mesi da quando il presidente del consiglio affermò che in questi posti la gente veniva mandata in vacanza...

Non serve a compensare, ma credo vada oggi ricordata la figura di Giovanni Palatucci, questore di Fiume - irpino di Montella e uno dei giusti italiani - che salvò dai campi di sterminio oltre 5000 ebrei e per questo trovò la morte a Dachau il 10 febbraio 1945.

Non possiamo ricordare ciò di cui non eravamo a conoscenza.
Ci è stato negato il diritto di sapere.
Oggi abbiamo il dovere di informarci e far sapere a chi viene dopo di noi.

Ringraziamenti:

http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionecampia.htm

http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionegiustib.htm
http://www.gonarsmemorial.org/
http://www.cnj.it/documentazione/campiconcinita.htm
http://it.geocities.com/mimmade/campo.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_dei_campi_per_l'internamento_civile_nell'Italia_Fascista




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20 gennaio 2006

Wilson Pickett, la fonovaligia e una terrazza sui tetti

Ehi, ehi, ehi dimmi Wilson Pickett
Ehi, ehi, ehi dimmi tu James Brown:
questa voce dove la trovate ?
Signor King, signor Charles, signor Brown
io faccio tutto per poter cantar come voi
ma non c'è niente da fare, non ci riuscirò mai
e penso che sia soltanto per il mio color che non va...
Ecco perché io vorrei, vorrei la pelle nera,
vorrei la pelle nera !!!

La pelle nera
Nino Ferrer

E sì che di voce "nera" Nino Ferrer ne aveva (così come Fausto Leali che a un Sanremo cantò in coppia con Pickett), ma non bastava, l'originale era tutt'altra cosa: ti veniva dentro, ti smuoveva, ti rivoltava come un calzino e tu ti sentivi il cuore sincronizzato con quel tempo secco e netto e finché durava il pezzo andavi altrove.
Questo quando lo si ascoltava da soli o in piccoli gruppi sognanti un destino da band, benché nullatenenti in quanto a strumenti e conoscenze musicali.
Lo stesso brano diventava invece dolce e cullante se un volenteroso refrattario al ballo si prestava a fare da digei (però senza saperlo, allora era solo 'o discàro) e piazzava un quarantacinquegiri sul piatto della fonovaligia, ingombrante bisnonna monofonica dell'mp3, e superato il botto della puntina sui primi solchi la melodia partiva. Una terrazza sui tetti, l'aria dolce della sera di maggio, le ragazze in trapezio pastello o con le gonne scozzesi e un nastro tra i capelli, i boys con i primi jeans autoreggenti e terribili camicie a quadri, mocassini e scarpe a punta. Tante sigarette e una prolunga pericolosa e attorcigliata fino al primo appartamento disponibile. Da bere poco, gazzosa e liquori fatti in casa.
Non era la felicità, ma ci mancava poco.
Oggi Wilson Pickett è andato via.




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7 dicembre 2005

L'ultimo tornante per Charly Gaul

Un pomeriggio di giugno del '56...
Stavamo preparando l'esame di maturità e si studiava in gruppo.
Il pomeriggio giù da noi era già quasi torrido, e mica incoraggiava a compulsare diritto e scienza delle finanze.
In un'altra stanza la radio andava, crepitando la cronaca del giro d'Italia, la voce del cronista concitata, drammatica...
Lassù - sul Bondone, cima a noi sconosciuta - nevica, una tormenta e un tormento senza fine.
Proviamo a immaginare e oltre la grata dell'altoparlante riusciamo a scorgere con la mente quest'omino piccolo salire, pedale dopo pedale, penetrando gli aghi di ghiaccio che gli premono contro.
E via, fino all'arrivo solitario, ancor più strabiliati, sorseggiando una camomilla fredda, nel sentire che oltre il traguardo non sa più scendere dalla bici e due poliziotti debbono prenderlo di peso, ghiacciato com'è.
Ciao Charly.




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23 novembre 2005

Succede a noi, questo ci tocca

E così è venuta anche a me la voglia di blog.
Un
sito ce l'ho già e tira benino: seguo la realtà e ci faccio su vignette (quando mi vengono) e in un certo senso è un blog dove i post sono i disegni.
E' un divertimento, non è il mio lavoro, e quindi vorrei divertirmi di più.
Che so... non fare solo vignette (o farle in modo diverso) e non solo satira politica, seguire come gira la giornata, quello che passa per la testa, avendo però sempre ben presente dove siamo finiti: un luogo temporale terribile dove succede di tutto e di peggio, cose impensabili fino a poco tempo fa.
Tarzà, un poverocristo che girava scalzo per elemosine quand'ero bambino e ogni tanto si batteva vigorosamente sul petto per richiamare l'attenzione (ecco il perché di tanto soprannome), appena poteva catturava qualcuno di noi per farsi leggere i titoli dei giornali all'edicola di piazza Libertà.
Neanche allora le cattive notizie latitavano, ma - come dire - erano più alla portata della popolazione, sopportabili e ben ristrette in categorie prevedibili (catastrofi, uxoricidi e delitti d'onore, esplosioni di residuati bellici, naufragi di navi e cadute di aerei...).
Bene; a ogni lettura di avvenimenti Tarzà reagiva, secondo una sua personale graduazione verbale dello stupore, con esclamazioni che andavano da un bonario "e che cacchio!" a uno stentoreo "maronna mia!".
Solo quando capitò di leggergli dell'attentato di Portella della Ginestra contro i contadini che festeggiavano il primo maggio del 1947 (10 morti e oltre 50 feriti) restò qualche secondo in silenzio guardandosi assorto i piedi, poi mormorò "manc'a li cani" e se ne andò via scuotendo incredulo il testone, quasi non credendo a una cosa da non augurare a nessuno, manc'a li cani.
Oggi Tarzà non avrebbe bisogno di tutto il suo ristretto vocabolario: qua è tutto manc'a li cani.

 




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